LA NUOVA EMIGRAZIONE DEI GIOVANI ITALIANI ALL’ESTERO: “VIVO ALTROVE” DI CLAUDIA CUCCHIARATO PRESENTATO ALLA CASA

Lunedì 18 Ottobre 2010
Salone della Casa degli Italiani ore 19:00

Hanno più di 25 anni e meno di 40. Sono nati quando l’Europa era già unita. Hanno fatto l’Erasmus, il Leonardo, il Placement o, semplicemente, si sono spostati per cercare un lavoro e imparare un’altra lingua. Hanno vissuto il boom delle linee aeree low cost, scoperto com’era facile viaggiare senza cambiare i soldi, imparato a muoversi come palline di flipper da una parte all’altra del Vecchio Continente spinti da un’irrequietezza esistenziale, personale, professionale, affettiva. Molti hanno deciso di fermarsi all’estero per lavorare. Sono italiani e vivono altrove. Altrove dall’Italia.

Di questo parla “Vivo altrove, giovani e senza radici: gli emigranti italiani di oggi”,  il libro della giornalista Claudia Cucchiarato, 31 anni, a Barcellona dal 2005, che è stato presentato nel Salone della Casa degli Italiani lunedì 18 Ottobre alle ore 19:00.  All’evento, che ha aperto la X Settimana della Lingua e della Cultura Italiana nel mondo, sono stati presenti  anche il Direttore dell’Istituto Italiano di Cultura (Iic) di Barcellona, Fortunato Ceraso, Toni Polo, giornalista di “Público”  e Angelo Attanasio, giornalista di “El Periódico”

Organizzata dall’Iic di Barcellona, in collaborazione con la Casa Degli Italiani, la presentazione è stata un’occasione per parlare in modo schietto ed equilibrato di una questione che ormai riguarda molte migliaia di italiani, non solo giovani.

La Cucchiarato, arrivata a Barcellona 5 anni fa per l’Erasmus, ha deciso di “vivere altrove”. Trevigiana, giovanissima, ha trovato un impiego in una casa editrice  e non ha, per ora,  intenzione di tornare a vivere in Italia. Il suo libro è diventato anche un blog: http://www.vivoaltrove.it/.

Quando lei arrivò, in quel 2005/2006, Barcellona e la Spagna sembravano l’Eden per gli italiani: arrivavano a frotte e trovavano subito un lavoro, spinti da una società in crescita vertiginosa, vista come terra di opportunità e libertà. Fotografò bene il fenomeno “Italo-Spagnolo”, il programma di Mtv della primavera del 2006, con Fabio Volo che da una terrazza sulle Ramblas ospitava ogni notte un gruppo di italiani che vivevano a Barcellona per i motivi più disparati, dandogli una voce o solo un’occasione per farsi vedere da amici e parenti. La vittoria del Mondiale nel 2006 diede alle migliaia di italiani in Spagna una causa ulteriore di orgoglio: fu in un certo senso il punto più alto. Ma, come quello nel Mondiale fu un successo effimero ( la crisi del calcio italiano in quel momento) , da lì iniziò la parabola discendente anche per la Spagna, così come gli italiani l’avevano conosciuta e trasfigurata: la crisi economica e la disoccupazione che ancora oggi mordono alle gambe la penisola iberica, ebbero le loro origini proprio in quel periodo. Tuttavia, nonostante i molti problemi, anche se meno di moda rispetto a qualche tempo fa,  Barcellona continua a essere per migliaia di italiani estremamente appetibile, quasi un mito. Perché? Secondo la Cucchiarato “è un posto dove ci si sente sempre bene accetti, che continua a offrire opportunità, anche se meno di prima, dove la lingua è facile. Inoltre, è una città facilmente raggiungibile, dove ci sono molti italiani e dove il mare e il clima rendono piacevole la qualità della vita”.

Ma chi sono davvero questi italiani che decidono di lasciare il nostro Paese per trovare fortuna altrove? La Cucchiarato ne ha tracciato un identikit. Hanno tra i 25 e i 45 anni, sono disposti a trovare un’occupazione con una mansione minore rispetto a quella per cui hanno studiato, i due terzi di loro sono maschi. Le ragioni sono tante: non è solo – o non è tanto –  una “fuga”, una parola spesso usata a sproposito, con una retorica a volte insopportabile, ma è anche la voglia di ricongiungersi con un amico, un parente, la propria o il proprio ragazzo. O, semplicemente, la voglia di fare nuove esperienze, di “cambiare aria”, di lasciare “un Paese che  a volta sta stretto”,  di conoscere realtà diverse, mettersi alla prova senza rete, cercare una realtà più meritocratica e aperta di quella dalla quale si parte.

Fin qui, niente di male: l’uomo, da sempre, basta vedere la figura di Ulisse, ha avuto l’esigenza di allontanarsi dalle certezze per scoprire l’ignoto, che affascina e fa paura allo stesso tempo; i problemi legati all’emigrazione dell’Italia attuale sono però, secondo la Cucchiarato, Polo e Attanasio, il fatto che il nostro Paese sia poco appetibile per chi viene dall’estero. Perché tanti giovani decidono di andare via dall’Italia e pochi, dall’estero, decidono di venire a viverci? E ancora, perché nell’agenda politica nazionale, l’allontanamento di molti giovani dall’Italia non sembra essere una priorità? Non solo per colpa della politica, della società, dell’informazione, che  certamente non sembrano essere interessati al fenomeno: ma anche per colpa degli stessi emigranti che non iscrivendosi all’Aire (l’Anagrafe Italiana dei Residenti dell’Estero), risiedono ufficialmente ancora in Italia pur vivendo, magari da anni, all’estero.

Durante la presentazione del libro, durante gli interventi dei presenti, in una sala gremita dove molti stavano anche in piedi, aleggiava una domanda ricorrente: ma gli italiani che stanno andando via pensano di tornare? La Cucchiarato non ha dato una risposta univoca proprio perché una risposta univoca non c’è.  Non è detto che l’emigrazione dipenda solo dalle condizioni sociali e politiche italiane, non è detto che ci sia un nesso causale. Molti pensano di tornare, perché l’Italia rimane comunque sempre nel cuore,  altri pensano di fare nuove esperienze in luoghi diversi, dell’Europa e del mondo.

Così i concetti stessi di “andare” e  ”tornare” cambiano vorticosamente , così come anche quello di “vivere altrove”: l’altrove è diventato una condizione esistenziale, che non è detto significhi solo la permanenza in un altro luogo rispetto all’Italia. Così come  ”ritorno” e “casa”,  sono diventate parole mutevoli e cangianti, da declinare solo al plurale, ormai.

(scm)

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